Mi chiamo Elena Biagini, sono nata nel 1986 e sono una Psicologa Clinica.
Sono iscritta all’Albo degli Psicologi della Toscana con il numero 7879. La mia carriera formativa comprende la Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e numerose esperienze formative. Ad esempio, ho svolto corsi di approfondimento in ambito dei Disturbi dell’apprendimento e del Comportamento del bambino e dell’adolescente, Master e approfondimenti legati al mondo delle Dipendenze Tecnologiche e del Cyberbullismo e Corsi di approfondimento riguardanti la Mindfulness e le Tecniche di rilassamento.
Essere psicologa, per come lo vivo io, ha a che fare con uno spazio un po’ particolare. Non tanto un luogo in cui si danno risposte, ma uno in cui le cose iniziano a prendere una forma diversa. Le persone arrivano spesso con qualcosa che non torna, o che non riescono a mettere bene a fuoco. E il lavoro, almeno all’inizio, è proprio stare lì. Non mi interessa dire a qualcuno cosa dovrebbe fare o cambiare. Piuttosto voglio creare le condizioni perché possa guardare quello che sta vivendo in modo un po’ più chiaro. A volte basta poco, altre volte ci vuole tempo. Però quando qualcosa si definisce meglio, succede quasi sempre che cambia anche il modo di starci dentro.
Il riferimento che porto nel lavoro è umanistico, con una base rogersiana. Tradotto fuori dai libri, vuol dire che non considero la persona come qualcosa da sistemare, ma come qualcuno che ha già dentro delle possibilità, anche quando non le vede. Il punto non è aggiungere, ma permettere che emerga qualcosa che c’è già, anche se ancora un po’ nascosto. Allo stesso tempo non lavoro solo su quello che succede “dentro”. Quello che viviamo prende forma anche nelle relazioni, nei contesti, nelle storie che ci portiamo dietro. Per questo mi capita spesso di fermarmi su come una persona sta con gli altri, su ciò che si ripete, su certi movimenti che tornano. Non sempre sono evidenti subito, ma quando iniziano a vedersi cambiano la prospettiva.
Nel lavoro uso molto il dialogo, ma non solo. A volte inserisco pratiche di mindfulness o tecniche di rilassamento, soprattutto quando la testa va molto veloce o quando diventa difficile restare in contatto con quello che si prova. Non le propongo come soluzioni, ma come possibilità. Servono più che altro a creare un passaggio, a spostarsi un po’ dal pensare al sentire.
Lavoro come libera professionista, sia in presenza che online. Ma, al di là di questo, quello che mi interessa è che quello spazio sia qualcosa di reale. Che non resti solo lì dentro, ma che la persona possa in qualche modo portarselo dietro, anche fuori.
